Agricantus: Ritmi meticci di Sicilia Daniela AmentaRitmi meticci di Sicilia: Il ritorno degli Agricantus con una nuova formazione

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Date : 6 giugno 2014

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Agricantus Recensioni – 2014

Ritmi meticci di Sicilia
Il ritorno degli Agricantus con una nuova formazione
L’Unità 06/06/2014

Inizia con uno scroscio d’acqua questo disco del «ritorno» degli Agricantus, ovvero di un pezzo della band senza Tony Acquaviva e Rosie Wiederkerhr, a segnare la fine di una storia, l’inizio di un’altra. A giudicare dalle dispute in rete, il nome del gruppo sarà il tema di un conflitto difficile da ricomporre. E’ già accaduto con i Pink Floyd, con i Faust, e mille altri formazioni. Nulla di nuovo se non una sottile malinconia ad accompagnare il dibattito sui depositari veri del verbo, su chi ha dato di meglio e di più in un progetto che negli anni 90 ha regalato un timbro importante alla world music in Italia. Nascevano in Sicilia gli Agricantus, erano originali e curiosi, a usare prima del Montalbano televisivo la lingua dell’isola ma a coniugarla con tutti i fremiti di un pianeta meticcio, sovrapposto e cosmopolita. Dai canti dei Tuareg elettrificati fino all’ethno pop delle dance floor londinesi, tanto ibridate quanto eccitanti. Un mix di suoni, altitudini, strumenti, passaporto apolide e impegno nel raccontare il sottobosco randagio del pianeta: quello che viaggia sui barconi, vive ai margini, attraversa con passi di fatica i confini. In Turnari la line-up rivede ai controlli e alla progettazione Mario Crispi e Mario Rivera, ottimi polistrumentisti del nucleo originario in compagnia di un gruppo di esegeti/ sostenitori: dal patron della Cni Paolo Dossena (il produttore che li ha sempre supportati, ieri ed oggi) alla premiata coppia dei fratelli De Scalzi, vecchie volpi della scena remix, audaci nel passare con disinvoltura dalle colonne sonore dell’Ispettore Coliandro fino a spiaggiarsi dalle parti di My Life in The Bush of Ghosts di Byrne/Eno (con la firma Trancendental nel disco Rinascimento del 1998 si attribuirono perfino la paternità di un classico come Regiment, trasformata per pudicizia in Regiment Rex. Bontà loro). L’elemento che dovrebbe rinnovare l’amalgama è Federica Zammarchi, la nuova cantante. È intensa Federica, è brava, e pur non essendo siciliana ha studiato la lingua fino ad apparire credibile e assolutamente a suo agio soprattutto in Canciari, uno dei pezzi più riusciti del disco. Che è più pop che world ma ha una sua anima nel mescolare ciaramelle e sintetizzatori, duduk e mandolini, strumenti antichissimi e vibrazioni digitali, tessere di un puzzle che forse oggi avrebbe bisogno di una scossa decisiva, un cambio di passo ma che suona comunque piacevole e garbato. «Turnari – spiegano gli Agricantus – è un concept album sulla ciclicità del tempo, ispirato allo stretto rapporto che la cultura legata alla terra tesse con le stagioni, i rituali e i riferimenti costanti alla natura, compresa quella umana. La band ha seguito il proprio ciclo vitale e artistico, ha consultato calendari eterni e mappe stellari, ha aspettato l’avvicendarsi essenziale di un considerevole numero di solstizi e di equinozi; infine, ha deciso che il cosmo e la terra tornassero a comunicare tra loro, quasi a evocare un nuovo Big Bang sonoro». Si apre con l’acqua che scroscia Turnari, e scorre come ruscello. Dodici brani. Dodici tappe. Dodici pietre come un imprevisto, inusitato giardino giapponese. Per una volta non sarebbe scandalo che un gruppo del genere, privo di genere, entrasse in classifica e sturasse qualche pregiudizio.

5 June 2014
pubblicato nell’edizione Nazionale (pagina 21) nella sezione “Speciali

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